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Autori di due full-length, dalla cristianità
piuttosto esplicita, musicalmente superbi, con in line-up come singer un
ex Illuminandi, eppure quasi sconosciuti in ambito unblack.
Lietissimi dunque di aver scoperto questi Valinor, ensemble
polacco che con il nostro "It Is Night" suggella il proprio
ufficiale debutto, anticipato ben quattro anni avanti da un sei tracce
Demo in musicassetta intitolato "Remembrance". Notevole
produzione, il sound è un black tastierosinfonico fortemente contaminato
da epicità folk, ricca di baritoni solenni. Diremmo di trovarci al
cospetto di un disco viking, se tale definizione non risultasse
irrimediabilmente ossimorica allorché accostata ad un progetto di
ispirazione cristiana; limitiamoci quindi a descrivere come suonino un
unblack epico folk/ambient e sinfonico di buonissimo livello esecutivo e
compositivo, ricco di mood elegiaci.
Tutte le nove tracce sono ricche e ben
variegate, cosicché il dispiego della tracklist mai incappa in
stucchevolezze o ridondanze. Tra i momenti più coinvolgenti citerei
innanzitutto la seconda In the mist... Part I, che si
sviluppa con una certa intensità emotiva tra ottimi clean, coralità
baritone, screaming ruggenti, up-tempo e tastiere inquietanti. Stupendo
il chorus portante di The world and the dream, la cui
matrice industrial/darkwave riesce a non stridere con l'atmosfera
fortemente folk della traccia. Guitar riffing neoclassicheggiante in
apertura, e poi In the mist... Part II sciorina un
serafico climax. Sound di puro "viking" per In the mist... Part
III, con Chasing the moral's luxury si passa
all'intro cerimoniale e liturgico in latino, prima dell'up-tempo oscuro
dove accanto allo scream ecco anche la novità del growl: assoli vibrati
e gregoriano in backing completano l'iridescenza di un pregevole quadro.
Siamo a Falseness and struggle: campane sincroniche
rintoccano su una ritmica leggiadra, il blackened death che segue è
triviale. Come closing song è posta Your love, divisa tra
tempi medio-lenti enfatici ed up per lo più baritonali, prima della
confortante e serena chiusa ambient.
L'album arriva a toccare picchi imponenti ma
raramente vi si stabilizza, il che trattiene dal far gridare
all'eccellenza; tuttavia siamo al mercé acustica di un signor disco. A
questo punto la voglia di andare ad ascoltare il successivo "Hidden
Beauty" è alta, disco che dista da questo ben cinque anni, nei quali
molto in line-up è cambiato, ed anche la cristianità non parrebbe più
così manifesta. Se ancora unblack sarà, presto o con più calma ne
leggerete in merito su queste colonne.
Valerio Mei
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