|
Era passato un lustro dalla data che segna
ufficiosamente la nascita del white metal, ossia il 1984, ed il
movimento, attraverso le numerosissime band di AOR e hard'n'heavy su cui
poteva contare, era
divenuto un vero e proprio fenomeno di massa. Siamo dunque nell'ultima
tornata degli eighties ed ecco che improvvisamente il white si apre
anche ai generi estremi. Tre disconi di thrash/speed uscirono pressoché in contemporanea,
e furono "Extraction From Mortality" dei
Believer, "Deliverance" dei Deliverance, e questo "Human
Sacrifice" dei Vengeance, che ben presto per motivi legati
dovettero mutare il loro monicker in Vengeance Rising. L'anno
successivo fu la volta del death, con "Break The Curse" degli
australiani Mortification, ma questa è un'altra storia. I
Vengeance Rising, statunitensi, hanno seguito, com'è ovvio che
fosse, le orme dei pionieri del genere, Metallica, Slayer, Exodus
e Megadeth, ma non lo hanno fatto in modo pedissequo bensì
conferendo al sound un'impronta decisamente personale. Lo stile sonoro è da copione furioso e possente,
però intriso di una
corposa dose di sana follia, oltre che di una passione che trasuda e si
fa palpabile ad ogni singola nota; la produzione è ottima e circa la tecnica ed
il songwriting i nostri non hanno proprio nulla da invidiare a quelle celebrate
band, quantomeno nella formazione che comporrà questo debut ed il
successivo "Once Dead", dopo di che ci sarà un netto calo dovuto
anche all'incredibile vicenda legata al singer e leader Roger Martinez,
per la quale rimando alla recensione di "Destruction Comes".
Larry Farkas e
Doug Thieme alle chitarre,
Roger Martin al basso ed il grande Glen Mancaruso ai drums: dopo
un'abbondante decade di stop li ritroveremo tutti, eccetto ovviamente
Martinez, nei nuovi (2004) Once Dead.
Attraverso delle lyrics senza compromesso alcuno
nel loro essere cristocentriche ed improntate su violenti quanto
cristiani concetti di "anti-Satan" e di "crush-evil", il disco
si snoda per 37 minuti suddivisi in dodici episodi. Ad aprire è proprio
la title-track con un turbinio di percussioni e chitarre, cui subentra
il thrash sound, dirompente e ricco di pathos; in esso cogliamo con
estremo piacere due caratteristiche che implementeranno esponenzialmente
la grandezza del disco: la clamorosa capacità solistica dei due axemen e
la coinvolgente voce del singer che non si ferma allo scontato roco ma
si assesta invece su linee canore growleggiati. Burn parte
di basso, il mood è teso, l'assolo è heavy: ben presto si inizia a
picchiare ma con un mid-tempo che si concede pause e fa per lo più da
proscenio allo sfogo delle mirabolanti ed isteriche visioni di Thieme e
Farkas. Lodati i due chitarristi come non osannare l'esaltante drumming
di Mancaruso? E lo facciamo citando il suo solo in apertura della terza
Mulligan stew, traccia dalle chitarre ricche di enfasi,
che si lascia sedurre persino da accenni melodici: protagoniste con
l'andare diverranno però di nuovo le due funamboliche sei corde in pieno
invasamento speed. Receive Him è una impressionante
sfuriata di soli 3 secondi!, cui seguono in I love hating evil
delicati riff ed atmosfere sintetiche che vanno a generare ambientazioni
al confine del doom gotico, questo almeno finché una rullatona cambia
totalmente registro e la rabbia strumentale è imbrigliata solo da
rallentamenti e proclami. Altro preludio in drumming solo per la sesta
Fatal delay.
Favoloso senza mezzi termini è il brano entrante,
White throne, ansiogeno, fosco, teso, con rade battute che
accelerano vieppiù affiancate da orpelli elettronici, fino a sfociare in
un thrash dal refrain e dalle linee vocali totalmente fuori di senno!:
coretti ed assoli guidano ad un sinistro fraseggio di randellate alle
pelli e growl, la chiusa è da fine concerto del secolo... pazzi! E ormai
il vaso di Pandora è stato aperto, di qui in poi nulla, a cominciare dal
cantato di Martinez, in "Human Sacrifice" sarà più come prima! E
tanto per non essere smentiti in cosa ci imbattiamo ora? Salvation,
ovvero 17 secondi di forsennate grida (appunto, "Salvation"!) e
massacranti isterie percussionistiche. In totale balia del delirio si
presenta non certo in punta di piedi From the dead, anzi
lo fa con rullate furibonde che "duettano" con chitarre altrettanto
tali; lo speed sfugge ad ogni controllo e nel lungo vorticoso intreccio
di assoli immagino i due nostri guitar heroes mentre si gettano a terra
in pieno raptus artistico, quasi asfissiati nella propria adrenalina
traboccata a gorghi... ma non è finita qui: d'improvviso piomba un
solenne doom che accompagna alla fine... invece no! risorge la batteria
con una mitragliata disumana. Ma il clou arriva ora, la strumentale
Ascension, un inestricabile intreccio di legnate e bordate
inaudite, di convulsioni ai drums con rari eguali, per non parlare
dell'abbisso di insania generato delle note del chitarrista asceso
(appunto) in totale stato di trance compositiva. Rimarrete a bocca
aperta anche voi durante questi 5:25. Follia alla stato brado sono anche
i 52 secondi di He is God, e le cose non migliorano di una
tacca con Fill this place with blood, sentire Martinez per
credere. In Beheaded gli assoli si rincorrono, la batteria
trita ed asfalta, il sound è fulmineo ma monolitico, poi riff a seria
magnitudo e assurdità vocali: siamo agli sgoccioli, scanditi da un
passaggio doom e poi da disperate urla finali. Finalmente è finita.
Un album fantastico, esaltante,
travolgente, che rasenta la perfezione del genere; con una certa
difficoltà riuscirete a trovare di meglio tra le discografie di thrash
band assai più conosciute ed idolatrate. Caduto nel dimenticatoio,
meriterebbe quantomeno una citazione nelle attuali guide al genere e/o
resoconti storico-cronologici. "Human Sacrifice"
dunque, di certo una delle migliori release del ventennio di christian
metal, semplicemente storia.
Vaake
|