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I turbolenti Vengeance Rising mostrano come seconda
tappa del loro storico percorso "Once Dead", disco sotto certi
aspetti migliore, sotto altri più carente, rispetto al primo capolavoro
da loro rilasciato. La line-up è rimasta la stessa, e ciò si nota dal
mantenimento dello stile con cui la band ripropone il proprio thrash
puramente americano. Riff sparati e trainati a mille da una batteria
sguaiata, continuo frullare di assoli chitarristici e ultratecnici,
fantasia di songwriting e growl!; mescolate queste quattro
caratteristiche e otterrete i Vengeance Rising, sicuramente una
band rivoluzionaria per il thrash metal, che ha saputo proporre con
violenza questo genere mescolandolo ad un growl che non veniva ancora
usato quasi mai oltre al death metal.
L'introduzione psichedelica che sfocia in una velocissima
rullata di batteria seguita da un riff grezzissimamente efficace si
chiama Warfare e apre le danze dando prova di un Cd realizzato con enorme
grinta e determinazione. I brani di questo disco mantengono tutti dei
canoni musicali, ma non sono per niente ripetitivi: si attraversano
tempi più lenti come in Frontal lobotomy, o in The wrath to come, pezzi con cambi di tempo lento-veloce tipo
Out of the will o Into the abyss, e sfuriate alla Cut into pieces o alla Arise; anche se si mantiene un certo
timbro stilistico il dinamismo e la varietà di idee musicali però non
mancano. Conferma di ciò si trova anche in The whipping
post, un brano molto curioso che attraversa tempi lenti, riff
ultrapennati e cambi di tempo cadenzati da discreti giri di basso,
rallentamenti e riprese melodiche (molto bello l'arpeggio di chitarra
accompagnato dall'assolo nel mezzo alla canzone); il tutto collegato
assai bene e interessante armonicamente. All'ascolto della ottava
traccia molti storceranno un po' il naso, ci troviamo di fronte infatti
a un remake di Space truckin (celebre brano degli storici Deep Purple) in
versione thrash metal: gli amanti dei Deep Purple non metallari
la riterranno un'eresia (soprattutto per la voce death che pare proprio
l'ingrediente meno indicato per riproporre un pezzo del genere), ma chi
sa capire la bellezza del thrash lo riterrà comunque un esperimento
interessante.
Rispetto all'album precedente ci troviamo in definitiva
davanti a un sound chitarristico un po' più secco (caratteristica che
nell'album seguente aumenterà ancora) e a una produzione di leggermente
più bassa qualità, ma resta il fatto che come composizione ci siamo, e
lo stesso vale per le lyrics che continuano ad esprimere lodevolmente ed
esplicitamente il cristianesimo radicale di questa band (Conversion is
the point / where your total trust / is in Christ. / Jesus Christ, He is
almighty, / The conquering Lion of Judah, / all powerful, the Holy one,
/ even his angel is stronger than Satan). Questo disco rimane tuttavia
l'ultima opera soddisfacente di questa band, in quanto il seguente album
lascerà a desiderare e ancor più tardi ci sarà la spiacevole vicenda
legata all'abbandono e al rifiuto del cristianesimo da parte del singer
Roger Martinez, notizia che meglio è spiegata nella recensione di "Destruction
Comes"; restano quindi i primi due album di questa band a essere i
più amati e consigliati dal pubblico.
Francesco Romeggini |