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"Material Sanctuary" dunque; siamo dinanzi all'album capolavoro della
grande band
svedese fautrice di un doom progressivo alla Candlemass,
molto ricco e di gran classe, impreziosito ed esaltato dalla
favolosa voce di
Fredrik
Ohlsson che troneggia imperiosa per tutto il lavoro.
L’album si apre altisonante con la bellissima
The meeting, introdotta
da tastiere inquietanti ed una possente strumentazione che lascia il
proscenio a solenni cori in latino ed al doom affiancato da una suprema
prestazione del meraviglioso Ohlsson, il quale eleva
tutto il lavoro ad ancora più alte vette. Il songwriting continua molto vario a
livello vocale, con cori e lunghi acuti, e a livello strumentale, con
variazioni di intensità, melodie, aulicità, parti tastieristiche ed
un lungo assolo del bravissimo Torbiörn Weinesjö, che partecipa
anche alle backing vocals. Adeguato seguito di cotanta opener è
Ecclesiates,
di ben 9:25 caratterizzata oltre che dal solito doom dalla presenza
di canti gregoriani, progressività, parti lentissime, passaggi
soffusi ed atmosferici enfatizzati da un ottimo assolo e da un
magistrale interpretazione di Fredrik, in alcuni passaggi davvero da
pelle d’oca.
La title-track Material sanctuary è aperta da riff pesanti e da una ritmica leggermente più
veloce con tendenze sonore orientaleggianti: l’intensità del canto
di Fredrik Olhsson qui è impressionante. A valorizzare ancor più il
brano concorrono anche tastiere atmosferiche e melodie, un complesso
e lungo assolo dal sound hard rock e soprattutto un epicissimo coro
in latino in cui si distinguono ben chiare anche voci femminili. La
quarta traccia, Ritual of the sinner, è a mio avviso l’episodio con minor presa di "Material Sanctuary", la sua tipicità lo rende piuttosto sottotono nel
contesto. Ma si torna ad entusiasmarsi immediatamente dopo con la
grandiosa The mass: altro canto gregoriano accompagnato dall’organo prelude ad
un doom che sa angosciare come non mai: le tastiere diventano a questo
punto protagoniste generando passaggi evocativi ed altri sontuosi
sinfonici; all’improvviso torna il lento che turba a cui subentrano
preziosismi di keys ed il più classico Veni Domine sound, qui
accattivante in particolar modo.
Behold the signs: lontani rintocchi di campana, cantato su base tastieristica ed un'esaltante
lenta ritmica suggellata da un magnifico acuto. L'andatura si fa più
veloce ed ecco che parte un nuovo elaborato assolo di nuovo in hard
rock style; si torna al classico stile e
si chiude superbamente con Fredrik sugli scudi. Altro passaggio
progressivo lo si ha in Wrath of the lion in cui vanno sottolineate le presenze di
cori solenni che duettano con la lead vocal in un’ambientazione
sonora di corposo e pesante doom, ma ancor più di un melodico ed
inatteso refrain, che comunque è molto sapientemente inserito nella
struttura della canzone. Pianoforte ed un appassionato cantato in tonalità più
profonde, è così che inizia Beyond the doom che poi alterna varie fasi,
cioè più melodiche, più asfissianti, più aspre. Effetti elettronici
di synth, ieratici cori che si dividono con la super lead, parti prog,
un lungo assolo compongono la più lunga traccia del lotto con i suoi
9:55 chiusi da sovrapposizioni vocali di acuti mozzafiato. Ci dà il
commiato da questo straordinario lavoro la breve
Barque moderne, fatta di epicità flautistica accompagnata da riff acustici. Le tanto poetiche
quanto sostanziose fideisticamente lyrics vanno a suggellare quello che è da ritenersi a tutti gli effetti un
vero e proprio must per tutti i whitemetalheads, nonché uno dei
migliori doom/prog album di sempre.
Valerio Mei |