|
Terzo album studio
per questo impressionante gruppo svedese che risponde al monicker di
Veni Domine: "Spiritual Wasteland" si colloca dopo "Fall
Babylon Fall" e soprattutto dopo quel capolavoro di
"Material Sanctuary". Il disco in questione è riuscito a raggiungere
gli stessi livelli del precedente? La risposta è "ni". Di sicuro
"Spiritual Wasteland" non è un album di facile ascolto, la
sua complessità a livello musicale è evidente, ma questo rappresenta
anche un punto di forza: è un album che esce alla lunga, ma dopo averlo
capito ed assimilato in tutte le sue diverse e variegate sfaccettature
non lascerà di certo indifferenti. Il sound è sempre nel loro
inconfondibile stile: un doom che sfocia nel prog, anche se qui quest’ultimo
elemento pare proprio aver aumentato la propria presenza rispetto al
passato: ma non vi preoccupate, le sonorità epico-apocalittiche, le
ritmiche cadenzate e così suggestive sono sempre il trade mark di questo
ensemble svedese.
Qui vediamo
l’entrata in pianta stabile nel gruppo del nuovo bassista Gabriel
Ingemarson e del tastierista Mattias Cederlund. Ed è innegabile la
grande tecnica che contraddistingue i nostri, ineccepibile, dalle
tastiere alla sezione ritmica così come è assolutamente incredibile la
prova vocale di Fredrik Ohlsson che dà il massimo in ogni frangente e
che offre degli acuti da brividi. Ottima l’incalzante Dawn of time,
Last letter from the earth ci delizia con il suo incedere
apocalittico di matrice prog aperto da sinistri arpeggi. Di diverso
stampo la quasi onirica, intrisa di sonorità quasi industrial, If
I fall asleep, un intermezzo prima dell’elettrizzante
Hysterical history dalla ritmica sostenuta. The tempel
si rivela un po' troppo monocorde anche se si riprende nel finale grazie
ad un bel solo. Ci si risolleva alla grande con Silent lamb
dall’epicheggiante refrain, uno dei migliori momenti del disco.
Sound
apocalittico dicevamo: l’intero platter è infatti attraversato da un
concept sulla venuta dell’Anticristo: "The nations fall affected by his
miracles / I heard the call the idol and the rituales / the name
remained the same / terror / there I saw the face of the Antichrist"; e
ancora: "no more excuses / no empty lies / for the one who fooled the
world, death is singing lullabies".
A suggellare il
tutto, il suggestivo monologo di 3 minuti di The letter,
l’ultima lettera dalla Terra. Alla fine dei conti "Spiritual
Wasteland" si rivela essere un pochino meno coinvolgente rispetto al
passato, un’esperienza meno totalizzante, ma alla fine sono solo
sottigliezze, dato che questo rimane pur sempre un signor album,
dall’indiscutibile valore.
Ilaria Ricci |