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VENI DOMINE
Fall Babylon Fall
 
VENI DOMINE
Material Sanctuary
 
VENI DOMINE
Spiritual Wasteland
 
VENI DOMINE
23:59
 
 

 

VENI DOMINE
Tongues
doom
2007 - MCM Music
(Svezia)
www.myspace.com/venidomine

 

In incontenibile effluvio produttivo, tornano a breve distanza da "23:59" gli incensati svedesi Veni Domine, più doom che mai in questo "Tongues", uscito ancora per la christian label MCM. Quello che è il miglior disco del secondo trittico della loro carriera non è tuttavia paragonabile ad alcuno dei tre episodi del primo - tridui ben scindibili dato che distano un solco di sei anni -, ma è indubbiamente un album coraggioso e di spessore. Quanto allo "spessore" vedremo più avanti, "coraggioso" invece perché si propone un tendenziale ritorno alle origini, pur conscio dei subentrati limiti che l'erosione del tempo e gli acciacchi hanno generato: stiamo ovviamente parlando dell'ugola di Fredrik Sjöholm, aleggiante ad altitudini da mitologia classica nell'epico debut "Fall Babylon Fall", nel capolavoro massimo dell'act "Material Sanctuary" e nell'ottimo "Spiritual Wasteland", ma poi deterioratasi a tal punto da dover completamente abbandonare gli acuti inabissandosi fino a farsi quasi baritona nell'ultimo, dubbio e già citato, "23:59"; in "Tongues" però il sound composto lo impone, e così qualche "alto" il nostro prova ad infilarcelo, ma è davvero poca roba rispetto ai fasti andati, anche se per il resto la sua prova complessiva risulta positiva. Il doom, anche claustrofobico, domina il mood del disco, ma non manca ovviamente l'anima prog, meno estesa che in "IIII - The Album Of Labour" ma più intensa quanto a pesantezza e qualità compositiva, con uno strepitoso lavoro solistico di Torbjörn Weinesjö ad ergersi "ex-cathedra". La caratteristica che emerge dall'esecuzione di "Tongues" è la pesantezza del suono, sia nelle partiture progressive in stile Queensryche che in quelle doom "candlemassiane", gravosità tale da non essere mai stata raggiunta nel corso della carriera del monicker scandinavo.

L'introduttiva October (Endless progress / the dreams will never die / trust our smartness / to ride the latest trend. / Is this a better place? / Are we in better shape? / Has mankind done it right? / Are we equal to God?) alterna gravi progressioni a pachidermicità doom e a rarefazioni, Scream (Prophecies will be fulfilled / mankind hears the earth is quaking / On this night He will return / Save me Jesus, save my soul) innesta qualche sperimentalismo in apertura per poi chiudere in un sontuoso solo. The bell of a thousand years è il pezzo "catchy" dalla melodia del chorus che si scolpisce nell'intreccio di acuti e baritono, mentre è vaga l'armonia guida con sovrapposizioni vocali di The rider on the white horse, la cui lirica rimanda al capitolo 19 di Apocalisse. Minimalità nei bridge, doom corposo e prog-peso, infine chirurgico e travolgente è in Two times il guitar solo finale, sebbene il refrain centrale del pezzo non convince. In Bless my pain (I did not know / I never saw / Your work behind my pain / Lord, bless my pain again) scopriamo soffusità dalla calda timbrica ma anche intensità down-tempo polifonica, con Stay with me siamo alla composizione maggiormente prog oriented esaltata da, manco a dirlo, uno straordinario lavoro solistico. Synth e neoclassicità corali, si torna direttamente a "Fall Babylon Fall" con l'ottava You leave me cold, mentre la successiva Tree of life (che tratta le vicende dell'Eden) risulta un po' pretenziosa e prolissa nei suoi troppo schematicamente ripetitivi dieci minuti, e per giunta poco convincente nel chorus e direi modesta nei tentativi di acuto del pur generoso singer. Il brano che più colpisce è serbato per il finale, è la title-track di oltre 16 minuti che calamita tutte le attenzioni già dall'intro: cori gregoriani di lode in fraseggio con una serafica female vocal - proemio chiuso da un "Amen" cerimoniale -, sono il preludio al poderoso e liturgico doom in cui si annuncia, Atti degli Apostoli alla mano, che tutte le lingue loderanno la grandezza e la salvezza di Dio; il doom nel lungo strascico della song diviene quint'essenziale, sinistramente funereo: plettrate radissime e ridondanti si intervallano a sussurrati e campionature radiofoniche in molti idiomi mondiali (italiano escluso), con a suggello un drums solo di Thomas Weinesjö nel silenzio più assordante.

Imponente release di 67 minuti, siamo al cospetto di un lavoro notevole, che non travalica però la soglia dell'eccellenza a causa di un apparato melodico non sempre convincente (anzi, direi che a "rimanere" è solo quello di The bell of a thousand years), di un songwriting dei brani non eccessivamente vario e di tentativi di acuti che risultano quasi imbarazzanti se paragonati alla maestosità di quelli del passato. Per il resto le idee ci sono, la svolta marcatamente doom merita un plauso, l'esecuzione strumentale è perfetta, ed è grazie a tutto ciò che in "Tongues" possiamo finalmente reintravedere e ammirare bagliori dei venerati Veni Domine che furono, e che probabilmente mai più torneranno ad essere.

Vaake

VOTO

82

 

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