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In incontenibile effluvio produttivo, tornano a
breve distanza da "23:59" gli incensati svedesi Veni Domine,
più doom che mai in questo "Tongues", uscito ancora per la
christian label MCM. Quello che è il miglior disco del secondo trittico
della loro carriera non è tuttavia paragonabile ad alcuno dei tre
episodi del primo - tridui ben scindibili dato che distano un solco di
sei anni -, ma è indubbiamente un album coraggioso e di spessore. Quanto
allo "spessore" vedremo più avanti, "coraggioso" invece perché si
propone un tendenziale ritorno alle origini, pur conscio dei subentrati
limiti che l'erosione del tempo e gli acciacchi hanno generato: stiamo
ovviamente parlando dell'ugola di Fredrik Sjöholm, aleggiante ad
altitudini da mitologia classica nell'epico debut "Fall Babylon Fall",
nel capolavoro massimo dell'act "Material Sanctuary" e
nell'ottimo "Spiritual Wasteland", ma poi deterioratasi a tal
punto da dover completamente abbandonare gli acuti inabissandosi fino a
farsi quasi baritona nell'ultimo, dubbio e già citato, "23:59";
in "Tongues" però il sound composto lo impone, e così qualche
"alto" il nostro prova ad infilarcelo, ma è davvero poca roba rispetto
ai fasti andati, anche se per il resto la sua prova complessiva risulta
positiva. Il doom, anche claustrofobico, domina il mood del disco, ma
non manca ovviamente l'anima prog, meno estesa che in "IIII - The
Album Of Labour" ma più intensa quanto a pesantezza e qualità
compositiva, con uno strepitoso lavoro solistico di Torbjörn Weinesjö ad
ergersi "ex-cathedra". La caratteristica che emerge dall'esecuzione di
"Tongues" è la pesantezza del suono, sia nelle partiture
progressive in stile Queensryche che in quelle doom "candlemassiane",
gravosità tale da non essere mai stata raggiunta nel corso della
carriera del monicker scandinavo.
L'introduttiva October (Endless
progress / the dreams will never die / trust our smartness / to ride the
latest trend. / Is this a better place? / Are we in better shape? / Has
mankind done it right? / Are we equal to God?) alterna gravi
progressioni a pachidermicità doom e a rarefazioni, Scream
(Prophecies will be fulfilled / mankind hears the earth is quaking / On
this night He will return / Save me Jesus, save my soul) innesta qualche
sperimentalismo in apertura per poi chiudere in un sontuoso solo.
The bell of a thousand years è il pezzo "catchy" dalla melodia
del chorus che si scolpisce nell'intreccio di acuti e baritono, mentre è
vaga l'armonia guida con sovrapposizioni vocali di The rider on
the white horse, la cui lirica rimanda al capitolo 19 di
Apocalisse. Minimalità nei bridge, doom corposo e prog-peso, infine
chirurgico e travolgente è in Two times il guitar solo
finale, sebbene il refrain centrale del pezzo non convince. In
Bless my pain (I did not know / I never saw / Your work behind
my pain / Lord, bless my pain again) scopriamo soffusità dalla calda
timbrica ma anche intensità down-tempo polifonica, con Stay with
me siamo alla composizione maggiormente prog oriented esaltata
da, manco a dirlo, uno straordinario lavoro solistico. Synth e
neoclassicità corali, si torna direttamente a "Fall Babylon Fall"
con l'ottava You leave me cold, mentre la successiva
Tree of life (che tratta le vicende dell'Eden) risulta un po'
pretenziosa e prolissa nei suoi troppo schematicamente ripetitivi dieci
minuti, e per giunta poco convincente nel chorus e direi modesta nei
tentativi di acuto del pur generoso singer. Il brano che più colpisce è
serbato per il finale, è la title-track di oltre 16 minuti che calamita
tutte le attenzioni già dall'intro: cori gregoriani di lode in fraseggio
con una serafica female vocal - proemio chiuso da un "Amen" cerimoniale
-, sono il preludio al poderoso e liturgico doom in cui si annuncia,
Atti degli Apostoli alla mano, che tutte le lingue loderanno la
grandezza e la salvezza di Dio; il doom nel lungo strascico della song
diviene quint'essenziale, sinistramente funereo: plettrate radissime e
ridondanti si intervallano a sussurrati e campionature radiofoniche in
molti idiomi mondiali (italiano escluso), con a suggello un drums solo
di Thomas Weinesjö nel silenzio più assordante.
Imponente release di 67 minuti, siamo al cospetto
di un lavoro notevole, che non travalica però la soglia dell'eccellenza
a causa di un apparato melodico non sempre convincente (anzi, direi che
a "rimanere" è solo quello di The bell of a thousand years),
di un songwriting dei brani non eccessivamente vario e di tentativi di
acuti che risultano quasi imbarazzanti se paragonati alla maestosità di
quelli del passato. Per il resto le idee ci sono, la svolta marcatamente
doom merita un plauso, l'esecuzione strumentale è perfetta, ed è grazie
a tutto ciò che in "Tongues" possiamo finalmente reintravedere e
ammirare bagliori dei venerati Veni Domine che furono, e che
probabilmente mai più torneranno ad essere.
Vaake
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