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A distanza di un anno dal debut album "Power Forge"
i Vindex tornano sulla vendita con un interessante prodotto, parliamo
del full-length "No Middle Ground", che mantiene le sonorità scelte
precedentemente a differenza della lineup, che per l'incisione del disco
prevede la performance del batterista Adrian Ciel, esterno alla band.
Ci troviamo quindi nuovamente di fronte a un power/heavy classico con
spunti chitarristici interessanti e tappeti di tastiera che tra organo e
strings melodicizzano i pezzi in maniera efficace, il cantato rimane
rauco alla Grave Digger, carente come potenza sugli acuti, ma ruvido e
aggressivo come in precedenza; la composizione dei brani invece continua
a essere opera prevalentemente del bassista Ronnie Konig, che a quanto
pare è la mente ispirata che concepisce la maggior parte delle idee e
delle ispirazioni musicali suonate dal gruppo.
La struttura del disco prevede continui passaggi da pezzi tendenti al
power teutonico tipo Trigger your fantasy, Read the stars
ed Evermore,
a pezzi più heavy-hard rock americano come la title-track, Fools don't
change e la trascinante Back to zero, che basano il proprio punto
forte su tempi serrati e ben scanditi dai riff delle chitarre ritmiche.
A mio avviso il disco risalta molto sui seguenti brani: la tragica
Fire
bell e Truth will out, che col suo ritornello triste e potente allo
stesso tempo rimane in testa molto più di tanti altri pezzi dell'album
(molto interessante l'accompagnamento tastieristico di Jano Tupy sul
ritornello). La epica Evermore dimostra con un riff basso-chitarra puramente kamelotiano un fortissimo connubio tra tecnica e orecchio degli
strumentisti, vedendo invece Ludek Struhar impegnato a un cantato
melodico e orecchiabile, devo dire che personalmente avrei visto molto
meglio un Andre Matos dietro il microfono di un pezzo come questo, ma
non disdegniamo il risultato che comunque sia offre un pathos del
quale ci si può ben accontentare (un appunto sulle parole del ritornello
a mio avviso molto belle: "Evermore, back on the track, flying like an
arrow / Evermore, no time to lose and to drown in sorrow / Evermore I’ll
fix my eyes on the far horizon / Evermore I’ll chase the wind and I won’t
stop anymore").
In The crossroads Jano Tupy firma un'intro di organo eccellente,
mentre nell'ultima Gloria la sua bravura tecnica è affiancata dalle
chitarre che mostratesi già precedentemente in forma non si smentiscono.
I Vindex si dimostrano aggressivi e rozzi, classificabili molto più
sulla vecchia scuola che sulla nuova, riescono ad avere buone idee
melodiche e in alcuni casi ricreano anche contesti molto orecchiabili,
valorizzando i pezzi quel tanto che basta per rendere il disco
accettabile e interessante; il power più ricercato oggi prevede ben
altri canoni, e in ogni caso non ci troviamo di fronte a un lavoro privo
di errori, la produzione potrebbe essere migliore (anche se non è
comunque scarsa), i lavori di chitarra sono ottimi, ma la voce non
sembra impastarsi al meglio con tutti i pezzi (magari mettere da parte
il rauco nei contesti più melodici avrebbe aiutato), il basso infine
salvo in pochi casi non sembra risaltare molto come elemento
compositore.
In definitiva un buon lavoro, che sarebbe potuto essere migliore con
qualche cura in più sui suoni e sulle performance vocali, consigliato
comunque agli amanti della vecchia scuola, non della nuova.
Francesco Romeggini
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