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Ascoltare un’opera
del genere, così intensa e totalizzante, implica il completo
coinvolgimento di ogni singolo senso. Ed è come trovarsi all’improvviso
davanti a un’opera d’arte, di quelle a carattere religioso del
Sette-Ottocento - di cui Caspar David Friedrich è una delle espressioni
più alte - e provare quel particolarissimo stato d’animo, definito
"Sublime", che produce una sorta di innalzamento e allargamento
interiore teso verso l’Infinito, verso una fusione con il Tutto, la
Fontana della Vita. Questo è il turbine di estatiche emozioni destato da
"Requiem – Mezzo Forte", opera prima, e non di facilissimo
ascolto, di un'ambiziosa trilogia che vedrà il suo completamento con
l’uscita di "Requiem - Pianissimo" (totalmente sinfonico,
dominerà la musica classica) e "Requiem - Fortissimo" (in cui c’è
da attendersi una delirante sfuriata death-doom). L’episodio in
questione invece, già da come si può evincere dal titolo, rappresenta
una via di mezzo e vede il sinuoso articolarsi e compenetrarsi di
elementi gothic, doom e classici, eseguiti questi in maniera magistrale
dall’Orchestra Sinfonica di Adelaide. Maestosi cori lirici ed una
soprano semplicemente strepitosa (Susan Johnson), sognanti violini e
violoncelli, una Samantha Escarbe che scalpella assoli così penetranti
da trapassare il cuore, alterandoli a cullanti quanto intense plettrate;
atmosfere fuori dall’ordinario, note trasudanti epicità e drammaticità
senza limiti, e poi lui, Rowan London: tenore, tastierista ma anche
intensissima voce growling.
Con il dipinto
"Abbazia nel querceto" di Friedrich davanti ai miei occhi, seguo il
corteo funebre di monaci che si apprestano a seppellire un loro
confratello, con in sottofondo questo straziante "Requiem". Il
primo brano che apre il canto funerario, Requiem, Kyrie, è
totalmente sinfonico ma non per questo difetta di potenza e incisività.
Si passa poi attraverso la decadente In death, (vocalizzi,
cori sepolcrali, ansimanti arpeggi violinistici e una batteria marziale
ad aumentare la tensione) e Midnight's hymn (versione
rivisitata di Drink the midnight hymn presente in "Sombre Romantic") in un costante crescendo di intensità, per arrivare a una
delle perle dell’album: la lunga - quasi 11 minuti - e straziante
…And I am suffering. Che dire, la prima volta che l’ho ascoltata
le lacrime sono uscite da sole: l’incedere è lento ma ridondante, scosso
dal dilaniato solo centrale di Samantha. "Le mie lacrime pervadono i
cieli, quand’è che il mio dolore comincerà a svanire? Signore,
sostienici nel nostro dolore": ecco la sintesi del tutto, fare
affidamento a Lui, anche nei momenti più disperati. Praticamente sullo
stesso livello si pone Domine: qui emerge un catacombale
growl e un martellamento di batteria nella sua parte finale a dir poco
esaltante, da rimanere quasi senza fiato, su cui innesta il coro che
intona il giorno del giudizio: "Dies illa / dies irae / the hour of the
judgement is at hand". Segue la solenne Lacrimosa (I am blind with
weeping) ove sinfonie violinistiche, riff pesanti come macigni e
un solo devastante quanto commovente fanno da sfondo a imponenti cori e
a un duetto Rowan-Susan di toccante bellezza. Questo primo ispiratissimo
capitolo si chiude con Rest eternal, una preghiera al
Signore per avere l’eterno riposo, che si ricollega al motivo iniziale
del concept, riprendendone anche i versi: "Sorrow ever awaits on joy /
and has rendered me to (pieces) / Requiem, Kyrie, Requiem".
I Virgin Black
hanno saputo ancora una volta accarezzare l’animo nel suo punto più
inarrivabile, attraversarlo e farlo vibrare, facendo divenire il corpo
una cassa di risonanza di infinite emozioni. Un’esperienza del genere ha
personalmente pochi eguali per me, un'intensità che va al di là del mero
aspetto musicale: un viaggio all’inizio sì doloroso e straziante che
sarà destinato però a sfociare nella beatitudine eterna, col Padre
nostro pronto ad accoglierci e abbracciarci in un dolce e soave Requiem.
Ilaria Ricci |