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VIRGIN BLACK
Sombre Romantic
gothic
2001 - Massacre Records
(Australia)
www.myspace.com/virginblackofficial

 

Circondati dal silenzio più assordante e da una fioca luce che riscalda timidamente la stanza, ecco l’atmosfera più adatta per ascoltare tutti d’un fiato i 44 minuti di questo album. Mettete il Cd nello stereo e trattenete il respiro dall’inizio alla fine: vi addentrerete nella straripante intensità di una delle migliori espressioni del gothic metal.

Classificare però "Sombre Romantic" solo con questa accezione risulta essere troppo limitativo: le sue sonorità partono sì dal gothic, ma vengono rese più cupe e gravi dall’arricchimento di ritmiche marcatamente doom. E non solo. Il quintetto di origine australiana annovera infatti le più svariate influenze musicali: dalla musica classica al black, da quella elettronica al death metal. Il suono risulta essere compatto e variegato al tempo stesso: se da una parte abbiamo chitarre acustiche, piano, violoncello, intensissimi cori operistici, rintocchi di campane, dall’altra rispondono invece momenti più aggressivi, grazie ai pesanti riff e agli accenni di voce scream. Come dire due facce della stessa medaglia, che si rispecchiano nei testi dell’album definiti dagli stessi fondatori del gruppo, Rowan London (voce, piano e tastiere) e Samantha Escarbe (chitarra), una dicotomia della tragedia e della speranza. Essenza propria del progetto Virgin Black, concepito come una strana armonia tra la giustapposizione della purezza e dell’oscurità proprie della natura umana. Il risultato è un’intensa poeticità, una forte tensione drammatica che non accenna a diminuire neanche per un solo secondo, in cui si alternano magnificamente delle atmosfere cupe e tristi a dei momenti solenni e maestosi. Bisogna dare il merito di tutto non solo all’ottimo songwriting ma anche alla sorprendente voce ed interpretazione di London: come teatralità ed intensità è forse seconda solo ad un nome, Eric Clayton (Saviour Machine). In "Sombre Romantic", che rappresenta il debut del gruppo dopo un demo nel ’95 ed un Ep nel ’98, niente è fuori posto, niente deve essere cambiato: si avverte la sensazione che il gruppo abbia conquistato già al primo full-length una grande maturità nella purezza, nella ricercatezza e complessità del suono. Sensazione che si fa presto certezza dopo aver ascoltato l’album per intero.

Davvero ottima la produzione così come il booklet, in cui compaiono le foto dei componenti del gruppo senza vestiti (ma in pose assolutamente caste) che mettono letteralmente a nudo la fragilità e la vulnerabilità dell’animo umano. I brani, che riescono a toccare la nostra parte più intima in maniera profonda ma al contempo così delicata, non possono essere analizzati o presi in considerazione singolarmente: le tracce sono legate l’una con l’altra a favore di una continuità nella tensione emotiva e drammatica. Nonostante l’album non sia di facile ascolto, il rischio di annoiarsi non c’è: vi terrà infatti in uno stato di costante tensione dall’inizio alla fine, vi prenderà per le sue particolari atmosfere, per il suo carattere fortemente romantico e malinconico. Nella perfezione della sua compattezza ci sono però due brani, che preferisco chiamare "momenti" per la ragione di prima, che raggiungono forse un livello, se possibile, ancora più alto per intensità emotiva: Museum of Iscariot e A poet’s tears of porcelain che chiude magnificamente il nostro viaggio nella parte più profonda dell’animo umano. Dopo alcuni secondi di silenzio la voce di London sussurra "Amen". Il viaggio è finito. La tensione accumulata finora esplode improvvisamente. Ne siete ancora increduli, ma un brivido vi ha appena scosso. Ecco allora a voi i Virgin Black. Emozione pura.

Ilaria Ricci

VOTO

98

 

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