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Circondati dal silenzio più assordante e da una fioca luce
che riscalda timidamente la stanza, ecco l’atmosfera più adatta
per ascoltare tutti d’un fiato i 44 minuti di questo album. Mettete
il Cd nello stereo e trattenete il respiro dall’inizio
alla fine: vi addentrerete nella straripante intensità di una delle migliori
espressioni del gothic metal.
Classificare però
"Sombre Romantic" solo con questa accezione risulta essere
troppo limitativo: le sue sonorità partono sì dal gothic, ma vengono
rese più cupe e gravi dall’arricchimento di ritmiche marcatamente
doom. E non solo. Il quintetto di origine australiana annovera
infatti le più svariate influenze musicali: dalla musica classica al
black, da quella elettronica al death metal. Il suono risulta essere
compatto e variegato al tempo stesso: se da una parte abbiamo
chitarre acustiche, piano, violoncello, intensissimi cori
operistici, rintocchi di campane, dall’altra rispondono invece
momenti più aggressivi, grazie ai pesanti riff e agli
accenni di voce scream. Come dire due facce della stessa medaglia,
che si rispecchiano nei testi dell’album definiti dagli stessi
fondatori del gruppo, Rowan London (voce, piano e tastiere) e
Samantha Escarbe (chitarra), una dicotomia della tragedia e della
speranza. Essenza propria del progetto Virgin Black,
concepito
come una strana armonia tra la giustapposizione della purezza e
dell’oscurità proprie della natura umana. Il risultato è un’intensa
poeticità, una forte tensione drammatica che non accenna a diminuire
neanche per un solo secondo, in cui si alternano magnificamente
delle atmosfere cupe e tristi a dei momenti solenni e maestosi.
Bisogna dare il merito di tutto non solo all’ottimo songwriting ma
anche alla sorprendente voce ed interpretazione di London: come
teatralità ed intensità è forse seconda solo ad un nome, Eric Clayton (Saviour
Machine).
In "Sombre Romantic", che rappresenta il debut del gruppo
dopo un demo nel ’95 ed un Ep nel ’98, niente è fuori posto, niente
deve essere cambiato: si avverte la sensazione che il gruppo abbia
conquistato già al primo full-length una grande maturità nella
purezza, nella ricercatezza e complessità del suono. Sensazione che
si fa presto certezza dopo aver ascoltato l’album per intero.
Davvero ottima la produzione così come il booklet, in cui compaiono
le foto dei componenti del gruppo senza vestiti (ma in pose
assolutamente caste) che mettono letteralmente a nudo la fragilità
e la vulnerabilità dell’animo umano.
I brani, che riescono a toccare la nostra parte più intima in
maniera profonda ma al contempo così delicata, non possono essere
analizzati o presi in considerazione singolarmente: le tracce sono
legate l’una con l’altra a favore di una continuità nella tensione
emotiva e drammatica. Nonostante l’album non sia di facile ascolto,
il rischio di annoiarsi non c’è: vi terrà infatti in uno stato di
costante tensione dall’inizio alla fine, vi prenderà per le sue
particolari atmosfere, per il suo carattere fortemente romantico e
malinconico. Nella perfezione della sua compattezza ci sono però due
brani, che preferisco chiamare "momenti" per la ragione di prima,
che raggiungono forse un livello, se possibile, ancora più alto per
intensità emotiva:
Museum of
Iscariot
e A
poet’s tears of porcelain
che chiude magnificamente il nostro viaggio nella parte più profonda
dell’animo umano. Dopo alcuni secondi di silenzio la voce di London
sussurra "Amen". Il viaggio è finito. La tensione accumulata finora
esplode improvvisamente. Ne siete ancora increduli, ma un brivido vi
ha appena scosso. Ecco allora a voi i
Virgin Black.
Emozione pura.
Ilaria Ricci |