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One man project che ha ritenuto di aver già
espresso tutto ad opera del polistrumentista norvegese Andreaz Hansen, ora attivo
come singer nei Bleedience e negli Inevitable
End, e qui in arte Zestigma, i VIXIVI - nome che pare si
ispiri ai numeri romani per creare in una qualche arcana combinazione il
biblico 777 - giungono così al quarto ed ultimo lavoro. Black/extreme sperimentalissimo, con melodie,
passaggi soffusi, brutalità atavica, partiture sinfoniche di violini ad
opera della sedicente
The
Zestigmatic Orchestra, e
tanto elucubrato industrial; il sound complessivamente ricorda non poco gli Arcturus, anche se i
momenti true black sono assai più furiosi ed il synth è protagonista rispetto alla celebre
talentuosissima connazionale band. La
produzione delle songs di "Death Circus" è buona ed il songwriting
sempre ispirato: da sottolineare subito la curiosità per cui nonostante
le 11 tracce l'album non raggiunge neanche i 20 minuti di durata.
Vixivisich igmazest col suo
industrial ricco di effetti appesantiti da registri vocali tetri
proferenti il solo, poco rassicurante, "Welcome" è l'intro, preludio
della meravigliosa Spirits, vorticosità black che poi si
attenua per generare un keys riff sinistro: torna la furia in scream e
growl ma all'improvviso il sound si fa etereo e sussurrato; un vociare
caotico prelude alla nuova marea di caos ritmico per poi chiudere con
sperimentazioni di synth. In memorian è uno stacco dalla
ritmica claudicante ma sinfonica, che conduce alla grande Scars of
all, conturbante black epico oscuro dallo screaming addirittura
vredeiano (dal quint'essenziale singer ex Vaakevandring e ora
Antestor). La voce clean armonizza un suo proprio urlare, la
tastiera è inquieta ed il coro partorito è assurdo!, ma presto si torna
agli orizzonti iniziali. Effetto industrial di onde sincroniche che si
infrangono sulla baia sabbiosa, Winds è un altro
intermezzo per l'arcturussiana Your eyes, gran bel tributo
di Andreaz al celebre combo ispiratore, con suadente uso dei vocals e
della tastiera. Dello stesso stampo stilistico è My dear,
in testa piano e synth plumbeo, in coda mood che sfiora l'happy.
L'ottava For the sun shall fall è un'inesistente ghost
track, mentre nella nona Scream ancora il synth sale in
cattedra per generare quasi un distorto codice Morse il cui volume sale
nell'andare. La perla di questo gran disco è Child, raw black
violentissimo e caustico, astrusità industrial, gorgheggi vocali e, a
suggello del tutto, melodie violinistiche. La finale outro
Igmazestich ivixiv è ovviamente simile all'intro, e non solo nel
titolo, ma qui prevalgono rifrazioni ed interferenze.
"This disc is dedicated to all the souls which have
not yet had the chance to establish contact with the higher form of love
known as God". Questa dunque la dedica di un lavoro strano e
che necessita di un ascolto ripetuto ed attento per essere apprezzato
nella sua pienezza: se riuscirete in questo sforzo, beh, siete dinanzi
ad una specie di small version cristiana degli Arcturus, e la cosa non è
certo di poco conto.
Vaake
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