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Sappiamo bene come lo swedecore sia ad oggi uno dei generi
più blasonati e utilizzati all'interno della scena core statunitense,
sia christian che secular. Nonostante questo c'è un discreto numero di
band che riesce comunque a distinguersi per il sound personale e per la
grinta trasmessa. Non a caso sentendo parlare di swedecore ci vengono
subito in mente gruppi come gli ultimi As I Lay Dying,
Becoming The Archetype, Caliban o As Blood Runs Black
(anche se la lista non si ferma qui, data l'enorme mole di band
eccellenti). Proprio i quattro gruppi citati hanno fatto da "mentori"
per il quintetto degli War Of Ages, che ha sempre dimostrato una
certa personalità nel riprodurre un sound complessivamente già
conosciuto, ma pur sempre originale e accattivante. In effetti
ascoltando il platter è difficile non trovare somiglianze con i pionieri
dello swedecore e anche dello swedish metal, ma il tutto è prodotto e
organizzato in modo tale da coinvolgere sempre l'ascoltatore e mantenere
vivo l'interesse anche dopo quattro o cinque ascolti. Tra l'altro un
importante aiuto nella produzione è stato dato proprio da Tim Lambesis (As
I Lay Dying). In quest'ultimo "Arise & Conquer" i nostri sono
alla quarta uscita, la venatura swedish si fa molto più marcata, ma non
mancano comunque grandi cavalcate core e stacchi thrash.
Il platter apre con All consuming fire, e nel
vero senso della parola dato che il vocalist urla il titolo della
canzone nei primissimi secondi, e subito dopo attacca la chitarra
ritmica con un buon breakdown; si potrebbe tranquillamente pensare che
non si tratti di nulla di nuovo ed eccezionale, ma basta attendere pochi
istanti e la chitarra solista fa il suo ingresso sovrapponendosi alla
ritmica ed eseguendo una buona melodia nordeuropea. Chiuso questo
passaggio è la batteria a farla da padrona con riff veloci e
martellanti, che si integrano alla perfezione con i riff armonizzati che
poi rallentano in un breakdown mentre il vocalist ripete più volte "All
consuming fire"; un ulteriore stacco lascia la chitarra solista a
dilettarsi con un veloce e assai tecnico assolo; sul finale viene
nuovamente effettuato un breakdown mentre il vocalist ripete ancora il
titolo della song. Passiamo a When faith turn to ashes,
track più core-oriented, sia per via dell'assenza di atmosfere di stampo
death melodico, sia per la durata che non raggiunge i due minuti. A mio
parere è una scelta sbagliata posizionarla all'inizio del platter in
quanto dà l'idea di qualcosa messo lì solo per "occupare un po' di
spazio"; sarebbe stato più opportuno inserirla verso la metà del disco.
Comunque superato questo breve momento lanciamoci all'ascolto di
Through the flames, ottima traccia caratterizzata dal continuo
scambio di ruoli tra le due chitarre, dato che nella seconda parte del
refrain la chitarra ritmica si distacca dal riff che aveva eseguito
insieme alla solista, accompagnandola con uno più melodico: un diversivo
che può non arrivare all'orecchio a un primo distratto ascolto, ma che
mantiene viva l'attenzione nei successivi, anche perché il refrain è
cantato in clean e potrebbe risultare noioso; sempre nel refrain
troviamo riassunto quello che è il significato della song: essere se
stessi e affrontare le ombre del passato per vincerle (We will find,
find ourselves / Though the shadow of a past we now must face). Ora è il
turno di Salvation, molto ben articolata: l'headbanging è
assicurato in quanto nei tre minuti e mezzo di durata possiamo trovare
veramente di tutto, dall'apertura in puro stile core aggiustata con un
riff solista swedish, a possenti cavalcate thrash accompagnate da
violenti fill, a uno stacco più leggero cantato in clean, che fa capire
come la tempesta stia arrivando. Le nostre aspettative infatti non
vengono deluse: un possente breakdown e una bella chiusura tecnica che
finisce sfumando. Termina qui la prima parte, con la seconda le tracce
cominciano a susseguirsi una dopo l'altra senza catturare molto
l'attenzione, ma restando comunque di buon livello.
Sleep of prisoner è leggermente più grezza e
death-oriented rispetto alle precedenti e non è nemmeno particolarmente
intricata e complessa come stile, dato che dominano i breakdown e alcuni
assoli di batteria. Molto bello e degno di nota è l'assolo di chitarra
posizionato nel mezzo della song. Segue Wages of sin,
orientata più sul death, a tratti puro e a tratti nordeuropeo; non
mancano neppure delle epiche cavalcate chitarristiche verso la metà
della song, seguite poi da rapidi riff core e da uno stacco melodico e
riflessivo cantato in clean (We wait for you oh Lord to come / and fill
the emptiness inside me) per concludere con un rapido riff swedish.
Yet another fallen eye apre con riff di stampo swedish, che
vengono mantenuti dalla chitarra solista, mentre la ritmica esegue un
breakdown; nel complesso la canzone non è delle migliori e perde un po'
di mordente dopo qualche ascolto. Una nota positiva la merita il riff
melodico di chiusura. Con Generation course troviamo una
netta somiglianza con la precedente, con la differenza che questa è più
marcatamente core e più martellante in molti tratti, mentre nella
seconda parte varia abbastanza spesso, passando dallo swedish al death
più cupo per poi tornare sul core; in questo caso un po' di allungamento
per permettere di gustare al meglio ogni fase non sarebbe stato affatto
male. The awakening ritorna ai livelli della prima parte
del disco, anche grazie a un buon equilibrio tra core e swedish death;
il drummer si sbizzarrisce in vari e veloci fill, senza staccare nemmeno
un momento i piedi dal doppio pedale. Anche i riff, pur dando
l'impressione di già sentito, dato che sono abbastanza semplici,
riescono a tenere alto l'interesse alto per questa track. La traccia di
chiusura è The deception of strongholds, che parte con
riff d'acustica molto malinconici e continua poi con l'elettrica.
Quest'ultima track è senza dubbio la migliore della seconda parte del
Cd; colpisce molto l'unione tra la malinconia, creata dalla chitarra
solista, e la violenza della ritmica e della batteria.
Gli War Of Ages non aggiungono nulla di nuovo ad un
panorama già saturo di idee; ma nonostante questo sono riusciti a
ottenere un ottimo risultato, ricco di carattere e personalità, in grado
di coinvolgere l'ascoltatore. Purtroppo una vena di sperimentazione in
più non sarebbe guastata, ma posso tranquillamente dire di essere più
che soddisfatto del platter che ci viene presentato.
Francesco Pellegrino |