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WAR OF AGES
Pride Of The Wicked
 
 

 

WAR OF AGES
Arise & Conquer
swedecore
2008 - Facedown Records
(USA)
www.myspace.com/warofages

 

Sappiamo bene come lo swedecore sia ad oggi uno dei generi più blasonati e utilizzati all'interno della scena core statunitense, sia christian che secular. Nonostante questo c'è un discreto numero di band che riesce comunque a distinguersi per il sound personale e per la grinta trasmessa. Non a caso sentendo parlare di swedecore ci vengono subito in mente gruppi come gli ultimi As I Lay Dying, Becoming The Archetype, Caliban o As Blood Runs Black (anche se la lista non si ferma qui, data l'enorme mole di band eccellenti). Proprio i quattro gruppi citati hanno fatto da "mentori" per il quintetto degli War Of Ages, che ha sempre dimostrato una certa personalità nel riprodurre un sound complessivamente già conosciuto, ma pur sempre originale e accattivante. In effetti ascoltando il platter è difficile non trovare somiglianze con i pionieri dello swedecore e anche dello swedish metal, ma il tutto è prodotto e organizzato in modo tale da coinvolgere sempre l'ascoltatore e mantenere vivo l'interesse anche dopo quattro o cinque ascolti. Tra l'altro un importante aiuto nella produzione è stato dato proprio da Tim Lambesis (As I Lay Dying). In quest'ultimo "Arise & Conquer" i nostri sono alla quarta uscita, la venatura swedish si fa molto più marcata, ma non mancano comunque grandi cavalcate core e stacchi thrash.

Il platter apre con All consuming fire, e nel vero senso della parola dato che il vocalist urla il titolo della canzone nei primissimi secondi, e subito dopo attacca la chitarra ritmica con un buon breakdown; si potrebbe tranquillamente pensare che non si tratti di nulla di nuovo ed eccezionale, ma basta attendere pochi istanti e la chitarra solista fa il suo ingresso sovrapponendosi alla ritmica ed eseguendo una buona melodia nordeuropea. Chiuso questo passaggio è la batteria a farla da padrona con riff veloci e martellanti, che si integrano alla perfezione con i riff armonizzati che poi rallentano in un breakdown mentre il vocalist ripete più volte "All consuming fire"; un ulteriore stacco lascia la chitarra solista a dilettarsi con un veloce e assai tecnico assolo; sul finale viene nuovamente effettuato un breakdown mentre il vocalist ripete ancora il titolo della song. Passiamo a When faith turn to ashes, track più core-oriented, sia per via dell'assenza di atmosfere di stampo death melodico, sia per la durata che non raggiunge i due minuti. A mio parere è una scelta sbagliata posizionarla all'inizio del platter in quanto dà l'idea di qualcosa messo lì solo per "occupare un po' di spazio"; sarebbe stato più opportuno inserirla verso la metà del disco. Comunque superato questo breve momento lanciamoci all'ascolto di Through the flames, ottima traccia caratterizzata dal continuo scambio di ruoli tra le due chitarre, dato che nella seconda parte del refrain la chitarra ritmica si distacca dal riff che aveva eseguito insieme alla solista, accompagnandola con uno più melodico: un diversivo che può non arrivare all'orecchio a un primo distratto ascolto, ma che mantiene viva l'attenzione nei successivi, anche perché il refrain è cantato in clean e potrebbe risultare noioso; sempre nel refrain troviamo riassunto quello che è il significato della song: essere se stessi e affrontare le ombre del passato per vincerle (We will find, find ourselves / Though the shadow of a past we now must face). Ora è il turno di Salvation, molto ben articolata: l'headbanging è assicurato in quanto nei tre minuti e mezzo di durata possiamo trovare veramente di tutto, dall'apertura in puro stile core aggiustata con un riff solista swedish, a possenti cavalcate thrash accompagnate da violenti fill, a uno stacco più leggero cantato in clean, che  fa capire come la tempesta stia arrivando. Le nostre aspettative infatti non vengono deluse: un possente breakdown e una bella chiusura tecnica che finisce sfumando. Termina qui la prima parte, con la seconda le tracce cominciano a susseguirsi una dopo l'altra senza catturare molto l'attenzione, ma restando comunque di buon livello.

Sleep of prisoner è leggermente più grezza e death-oriented rispetto alle precedenti e non è nemmeno particolarmente intricata e complessa come stile, dato che dominano i breakdown e alcuni assoli di batteria. Molto  bello e degno di nota è l'assolo di chitarra posizionato nel mezzo della song. Segue Wages of sin, orientata più sul death, a tratti puro e a tratti nordeuropeo; non mancano neppure delle epiche cavalcate chitarristiche verso la metà della song, seguite poi da rapidi riff core e da uno stacco melodico e riflessivo cantato in clean (We wait for you oh Lord to come / and fill the emptiness inside me) per concludere con un rapido riff swedish. Yet another fallen eye apre con riff di stampo swedish, che vengono mantenuti dalla chitarra solista, mentre la ritmica esegue un breakdown; nel complesso la canzone non è delle migliori e perde un po' di mordente dopo qualche ascolto. Una nota positiva la merita il riff melodico di chiusura. Con Generation course troviamo una netta somiglianza con la precedente, con la differenza che questa è più marcatamente core e più martellante in molti tratti, mentre nella seconda parte varia abbastanza spesso, passando dallo swedish al death più cupo per poi tornare sul core; in questo caso un po' di allungamento per permettere di gustare al meglio ogni fase non sarebbe stato affatto male. The awakening ritorna ai livelli della prima parte del disco, anche grazie a un buon equilibrio tra core e swedish death; il drummer si sbizzarrisce in vari e veloci fill, senza staccare nemmeno un momento i piedi dal doppio pedale. Anche i riff, pur dando l'impressione di già sentito, dato che sono abbastanza semplici, riescono a tenere alto l'interesse alto per questa track. La traccia di chiusura è The deception of strongholds, che parte con riff d'acustica molto malinconici e continua poi con l'elettrica. Quest'ultima track è senza dubbio la migliore della seconda parte del Cd; colpisce molto l'unione tra la malinconia, creata dalla chitarra solista, e la violenza della ritmica e della batteria.

Gli War Of Ages non aggiungono nulla di nuovo ad un panorama già saturo di idee; ma nonostante questo sono riusciti a ottenere un ottimo risultato, ricco di carattere e personalità, in grado di coinvolgere l'ascoltatore. Purtroppo una vena di sperimentazione in più non sarebbe guastata, ma posso tranquillamente dire di essere più che soddisfatto del platter che ci viene presentato.

Francesco Pellegrino

VOTO

80

 

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