|
Provenienti da una delle enclave più note del metalcore
statunitense, Erie in Pennsylavania, i War Of Ages sono un
quintetto che giunge al debutto sulla potente label Facedown, con questo
che è il secondo Lp della loro discografia. Stilisticamente i nostri
s’ispirano a quella che è stata chiamata la scuola americana del
metalcore, ossia tanto per non girarci intorno: riffoni thrash-death
marcati Svezia (in questo caso fa capolino a volte una certa vena alla
Children Of Bodom, che per ironia della sorte sono finlandesi)
uniti a rallentamenti hardcore marcati oltreoceano, su coordinate di
altri gruppi quali As I Lay Dying e Unearth. Una scelta
che sicuramente comporta non pochi rischi di ritrovarsi invischiati in
un sound, che è stato riproposto senza personalità da innumerevoli
formazioni, ma bisogna dire da subito che questo non è certo il caso
dell’act della Pennsylvania.
L’album esordisce con Guide for the helpless
fra melodie nordeuropee che vengono interrotte da un passaggio core
su cui troneggia l’incisivo growl di Leroy Hamp, si passa ad un bridge
cantato in un pulito quasi parlato, a questo punti io mi ero già
rassegnato con buona pace a sorbirmi un ritornello emo che sembrava
ormai inevitabile, quando invece i WoA mettono subito in chiaro
di essere un gruppo che va dritto per la sua strada: il vocalist
continua con urla galvanizzanti, poi degli stacchi per una struttura più
elaborata ed all’improvviso, ultima cosa che mi sarei mai aspettato, i
ragazzi ti buttano lì un assolo piacevole e ben fatto. Bene, ora basta
scherzare, la band ha guadagnato completamente la mia attenzione. Il
livello qualitativo del songwriting si riconferma con Rise from
the ashes, solide le melodie di chitarra, i nostri preferiscono
nelle parti scorrevoli non spingere esageratamente sul metronomo, mentre
sicuramente da segnalare è la personalità che emerge nei breakdown,
elemento musicale che spesso in altri gruppi tende ad appiattire un po’
le sonorità: qui abbiamo un ritornello cantato per metà in clean, ma
assolutamente mai stucchevole, ancora convincente è poi il lavoro fatto
sulla struttura della canzone. Arriviamo al singolo Strenght
within. Trovo veramente esaltante la melodia iniziale che
costituirà anche l’ossatura di un ritornello strumentale, irrompe poi un
breakdown introdotto da gang vocals, inoltre è sempre preciso il combo
con l’inserimento di stacchi o accelerazioni thrash; ancora un buon
assolo e poi la canzone termina in uno sfumato. Immergiamoci in
Absence of fear, traccia che denota un certo salto
rispetto a quanto finora sentito, parte lenta e granitica per poi
giocare sul crescendo, il tutto in un’atmosfera di certo più cupa delle
tracce precedenti, con un punto in cui vi è una magnifica mitragliata di
doppia cassa: c’è da dire che i nostri hanno buon gioco anche quando
mostrano il loro lato più oscuro. La volontà di far emergere anche
quest’aspetto si riconferma in Fall of pride, traccia
molto articolata di cui basti segnalare, fra i troppi rilievi da fare,
l’assolo su cavalcata thrash ed il finale dolcemente arpeggiato.
Picchiano duro col thrashcore di Heart of a warrior, il
groove è delizioso e tutto da gustare, carino anche lo stacco
d’ispirazione Pantera con tanto d’arpeggio di basso. Arrivati
alla settima traccia con Aftermath ci si potrebbe chiedere
se i nostri incominceranno a mostrare qualche segno di mancanza d’idee…
proprio per nulla, in questa sezione del platter continuano a
privilegiare l’inserimento di partiture thrash nelle accelerazioni senza
dimenticare la loro attenzione per le melodie: risalta poi in questa
canzone la prova del drummer Alex Hamp, sopraffino con il doppio pedale.
Bitter Sweet è sicuramente la mia canzone preferita del
platter, che alterna assalti frontali con breakdown furenti ed inserisce
nei refrain giri di chitarra hardcore melodici senza inficiare l’energia
complessiva. Si prende un altro sonoro pugno in faccia (o pugno sonoro a
seconda dei punti di vista) con le note iniziali di Silenced
insecurities, le vocals sono martellanti nei
momenti lanciati e la traccia termina con l’immancabile, buon, assolo.
L’onore di chiudere le danze spetta a Stone by stone,
la canzone più lunga del platter e pesantemente articolata,
meriterebbe una recensione a parte, accontentatevi di sapere che i
nostri si districano fra momenti di technical metalcore, le consuete
melodie scandinave e addirittura arpeggi di chitarra acustica. Giunti
alla fine sono passati in maniera magnifica 41 minuti e 20 secondi.
Insomma diciamocelo: i War Of Ages di certo non si
sono inventati niente, ma sfido a dire che non abbiano assimilato in
maniera del tutto personale la lezione d’altre band più e meno note, la
loro musica suona fresca e sono assolutamente encomiabili il lavoro di
riffing e quello di songwriting in generale, che risulta vario e
dinamico (su questo punto ho il sospetto che il subentro nella line-up
dell’ex Mortal Treason TJ Alford abbia avuto il suo peso), nonché
la resistenza mostrata alla tentazione d’inserire nel platter passaggi
più o meno ruffiani. Detto ciò, se cercate l’originalità a tutti i
costi, potreste anche restar delusi, ma se invece siete fra quelli che
apprezzano la buona musica in primis e relegano al secondo posto altre
considerazioni, allora prendete questo disco e mettetelo a volume
massimo, perché signori, il christian metalcore ha calato un altro asso!
Daniel Djouder |