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WAR OF AGES
Arise & Conquer
 
 

 

WAR OF AGES
Pride Of The Wicked
metalcore
2006 - Facedown Records
(USA)
www.myspace.com/warofages

 

Provenienti da una delle enclave più note del metalcore statunitense, Erie in Pennsylavania, i War Of Ages sono un quintetto che giunge al debutto sulla potente label Facedown, con questo che è il secondo Lp della loro discografia. Stilisticamente i nostri s’ispirano a quella che è stata chiamata la scuola americana del metalcore, ossia tanto per non girarci intorno: riffoni thrash-death marcati Svezia (in questo caso fa capolino a volte una certa vena alla Children Of Bodom, che per ironia della sorte sono finlandesi) uniti a rallentamenti hardcore marcati oltreoceano, su coordinate di altri gruppi quali As I Lay Dying e Unearth. Una scelta che sicuramente comporta non pochi rischi di ritrovarsi invischiati in un sound, che è stato riproposto senza personalità da innumerevoli formazioni, ma bisogna dire da subito che questo non è certo il caso dell’act della Pennsylvania.

L’album esordisce con Guide for the helpless  fra melodie nordeuropee che vengono interrotte da un passaggio core su cui troneggia l’incisivo growl di Leroy Hamp, si passa ad un bridge cantato in un pulito quasi parlato, a questo punti io mi ero già rassegnato con buona pace a sorbirmi un ritornello emo che sembrava ormai inevitabile, quando invece i WoA mettono subito in chiaro di essere un gruppo che va dritto per la sua strada: il vocalist continua con urla galvanizzanti, poi degli stacchi per una struttura più elaborata ed all’improvviso, ultima cosa che mi sarei mai aspettato, i ragazzi ti buttano lì un assolo piacevole e ben fatto. Bene, ora basta scherzare, la band ha guadagnato completamente la mia attenzione. Il livello qualitativo del songwriting si riconferma con Rise from the ashes, solide le melodie di chitarra, i nostri preferiscono nelle parti scorrevoli non spingere esageratamente sul metronomo, mentre sicuramente da segnalare è la personalità che emerge nei breakdown, elemento musicale che spesso in altri gruppi tende ad appiattire un po’ le sonorità: qui abbiamo un ritornello cantato per metà in clean, ma assolutamente mai stucchevole, ancora convincente è poi il lavoro fatto sulla struttura della canzone. Arriviamo al singolo Strenght within. Trovo veramente esaltante la melodia iniziale che costituirà anche l’ossatura di un ritornello strumentale, irrompe poi un breakdown introdotto da gang vocals, inoltre è sempre preciso il combo con l’inserimento di stacchi o accelerazioni thrash; ancora un buon assolo e poi la canzone termina in uno sfumato. Immergiamoci in Absence of fear, traccia che denota un certo salto rispetto a quanto finora sentito, parte lenta e granitica per poi giocare sul crescendo, il tutto in un’atmosfera di certo più cupa delle tracce precedenti, con un punto in cui vi è una magnifica mitragliata di doppia cassa: c’è da dire che i nostri hanno buon gioco anche quando mostrano il loro lato più oscuro. La volontà di far emergere anche quest’aspetto si riconferma in Fall of pride, traccia molto articolata di cui basti segnalare, fra i troppi rilievi da fare, l’assolo su cavalcata thrash ed il finale dolcemente arpeggiato. Picchiano duro col thrashcore di Heart of a warrior, il groove è delizioso e tutto da gustare, carino anche lo stacco d’ispirazione Pantera con tanto d’arpeggio di basso. Arrivati alla settima traccia con Aftermath ci si potrebbe chiedere se i nostri incominceranno a mostrare qualche segno di mancanza d’idee… proprio per nulla, in questa sezione del platter continuano a privilegiare l’inserimento di partiture thrash nelle accelerazioni senza dimenticare la loro attenzione per le melodie: risalta poi in questa canzone la prova del drummer Alex Hamp, sopraffino con il doppio pedale. Bitter Sweet è sicuramente la mia canzone preferita del platter, che alterna assalti frontali con breakdown furenti ed inserisce nei refrain giri di chitarra hardcore melodici senza inficiare l’energia complessiva. Si prende un altro sonoro pugno in faccia (o pugno sonoro a seconda dei punti di vista) con le note iniziali di Silenced insecurities, le vocals sono martellanti nei momenti lanciati e la traccia termina con l’immancabile, buon, assolo. L’onore di chiudere le danze spetta a Stone by stone, la canzone più lunga del platter e pesantemente articolata, meriterebbe una recensione a parte, accontentatevi di sapere che i nostri si districano fra momenti di technical metalcore, le consuete melodie scandinave e addirittura arpeggi di chitarra acustica. Giunti alla fine sono passati in maniera magnifica 41 minuti e 20 secondi.

Insomma diciamocelo: i War Of Ages di certo non si sono inventati niente, ma sfido a dire che non abbiano assimilato in maniera del tutto personale la lezione d’altre band più e meno note, la loro musica suona fresca e sono assolutamente encomiabili il lavoro di riffing e quello di songwriting in generale, che risulta vario e dinamico (su questo punto ho il sospetto che il subentro nella line-up dell’ex Mortal Treason TJ Alford abbia avuto il suo peso), nonché la resistenza mostrata alla tentazione d’inserire nel platter passaggi più o meno ruffiani. Detto ciò, se cercate l’originalità a tutti i costi, potreste anche restar delusi, ma se invece siete fra quelli che apprezzano la buona musica in primis e relegano al secondo posto altre considerazioni, allora prendete questo disco e mettetelo a volume massimo, perché signori, il christian metalcore ha calato un altro asso!

Daniel Djouder

VOTO

84

 

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