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Si sente eccome lo zampino dei Saviour Machine in
questo primo e ultimo album dei Wedding Party, gruppo americano
formatosi nel 1991 ma ormai scioltosi. Il lavoro è stato prodotto e
arrangiato niente meno che da Eric Clayton (presente anche nei backing
vocals) e lo stesso sound risente quindi della sua presenza, ma non in
maniera troppo ingombrante, anzi: i ragazzi hanno personalità e fanno
sentire il proprio stile nel corso dei quasi 50 minuti che vanno a
comporre il disco. Catalogarli
semplicemente come gothic risulta forse un po' troppo riduttivo, sono
infatti presenti influenze tra loro agli antipodi: industrial
(soprattutto nella prima parte del disco) da una parte, dolci ballate
con solo chitarra acustica o piano ad accompagnare la voce dall’altra.
"Anthems" ha quindi un doppio risvolto: un sound cupo, metallico
ed effettato capace di creare delle atmosfere quasi asfissianti,
alternato a melodie suadenti e nostalgiche. Le liriche sono ispirate,
nella maggior parte dei casi, da passi delle Scritture e vertono
principalmente sulla lode all’unico vero Dio e su quello che ci aspetta
dopo, perché "life goes on after life / in the light / no more night". Al microfono si
alternano, duettando anche in diversi brani, William J. Watters, che in
alcuni frangenti ricorda lo stile di Mr. Clayton, e Shery Lucky Watters,
ottima nei momenti aggressivi ma che offre il meglio di sé in quelli più
melodici (su tutti Dür Buckett, in cui è accompagnata
dalla chitarra acustica).
Il disco convince sì,
ma forse non del tutto. Ci sono infatti alcuni brani poco incisivi; si
tratta di Raven’s warning dai suoni rudi e viscerali,
Alliance costruita su un gioco di voci effettate, entrambi
brani in cui l’industrial la fa da padrone, e Lamb, un
breve intramezzo voce-piano che pur essendo gradevole non lascia il
segno.
Nonostante questo molte sono le perle presenti: dopo le rullate marziali
del prologo arriva con un sound prepotentemente gothic War
memorial, decisa, vigorosa e solenne nel suo proclama finale
(The peace of God, when the battle’s won / all my tears are caught by
the Holy One / We will stand until the end / we must stand until the
end). Even you, prende forma da oscure note tastieristiche che ne fanno
l’ossatura; To the unknow God dalle ritmiche doom ha un
sound apocalittico in cui le parti corali sono le protagoniste per un
finale in crescendo di tensione. Christal River è lo
struggente brano dedicato alla morte del fratello del cantante,
sicuramente una delle migliori del lotto: una commovente enfasi
sinfonica culmina nel coro femminile con la strofa finale cantata in
baritono: "I Will live forever", da pelle d’oca. Impossibile per me
fermare una lacrima ascoltando No more night: qui i due
singer cantano insieme supportati dalla chitarra acustica in una ballata
disarmante per la sua semplicità quanto per la scossa emotiva che riesce
a dare, proprio lì, nel profondo del cuore. Ancora un duetto in un brano
lento, completamente voce-piano, Bury the dead per poi
chiudere quest’unica opera dei Wedding Party con Omega,
brano energico ma dal ritmo cadenzato.
La tristezza al
termine dell’ascolto c’è: è davvero un peccato che l'interessante gruppo
si sia fermato dopo solo quest’album; non si può così far altro
che rimettere il disco nello stereo e perdersi nuovamente in quelle
atmosfere calde e malinconiche, in quelle parti vocali intense nella
loro drammaticità che ti afferrano senza lasciarti più
andare. Con la consapevolezza della sua unicità.
Ilaria Ricci |