|
Quello che ci
apprestiamo ora a recensire è il terzo full-length degli americani
Whitecross, band storica all'interno del panorama christian rock
anni 80, formatasi nell'ormai lontano 1986 a Chicago per mano del
chitarrista Rex Carroll e del vocalist Scott Wenzel. Nel corso della
loro ormai ventennale carriera i Whitecross riuscirono a
conquistare anche 3 Dove Awards - riconoscimento creato nel 1969 da
parte della Gospel Music Association (GMA) - uno dei quali nel 1990
proprio per "Triumphant Return", il loro lavoro, almeno secondo
chi scrive, di maggior caratura. Addentrandoci con attenzione
all'interno del sound dei Whitecross, la prima cosa che notiamo,
o quantomeno dovremmo notare se abbiamo una certa esperienza del genere,
è come lo stile di questi quattro ragazzi dell'Illinois sia influenzato
in maniera decisiva da band storiche come Ratt e Whitesnake,
tra i più grandi gruppi hard'n'heavy di tutti gli Eighties. Addirittura
è talmente forte l'influenza della glam band di San Diego (Ratt)
tanto da invitare molto spesso a paragoni da parte di numerosi critici,
soprattutto per quanto riguarda i primi lavori con Rex Carroll alla
chitarra. Ha addirittura dell'incredibile la somiglianza vocale di
Wenzel con il suo collega Stephen Pearcy.
Canzoni come
Shakedown, Over the top e Heaven's
calling tonight viaggiano appunto su uno stile, come dice il
sottoscritto, tipicamente "losangelino" che ha fatto la fortuna di tutto
quell'hard'n'heavy andato sviluppandosi proprio in quei meravigliosi
(musicalmente) anni in California. Da segnalare in maniera particolare
il lavoro alle sei corde da parte di Carroll: esemplare. E' questo il
primo aggettivo che viene in mente per definire la prova del (all'epoca)
"capelluto" chitarrista. All'intero della tracklist, composta
complessivamente da 11 episodi, trova anche spazio una strumentale
chitarristica di 1:30; si tratta della numero 7, la classicheggiante
Flashpoint, in cui le doti di Rex Carroll vengono ancor più
messe in mostra. In mezzo a canzoni puramente hard'n'heavy abbiamo
inoltre la presenza di due ballate: la quinta Behold, che
ci riconcilia con l'anima decisamente più melodica e malinconica del
quartetto statunitense, e l'acustica Simple man,
sicuramente l'episodio che maggiormente si discosta da tutto il resto
dell'album. Ed è proprio da questa canzone che andiamo a citare una
parte di testo che ben ci mostra la cristianità delle lyrics e la
profonda fede del combo americano: "Cause I'm a simple man, and I love
the Lord. / I know that He'll provide my needs. / Yes I'm a simple man,
and I love the Lord. / His love is everything to me".
In definitiva possiamo
dire di trovarci di fronte a un lavoro pregevole, il migliore della
band (d'altronde non si vince un Dove Awards a caso) che consiglio
sicuramente a tutti gli amanti del genere. Va detto però che in mezzo a
tanta potenza e ottima tecnica compositiva è presente in maniera pesante
l'influenza di altre band come proprio i Ratt, di cui parlavamo
prima. E' proprio qui l'unica mancanza dei
Whitecross:
quel pizzico in più di originalità che avrebbe sicuramente portato
quest'album a prendere un voto, almeno secondo il parere personale del
sottoscritto, ancora migliore.
Christian Khouri |