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Siamo nel 1991, periodo di particolare fioritura
dell'hard'n'heavy cristiano in America, e gli Xalt danno alle
stampe il loro terzo lavoro "History", disco hard rock forte di
sonorità elaborate e arrangiamenti maturi. Reduci da una discografia un
po' più heavy-oriented, i nostri compongono un disco di dieci pezzi
orientandosi su un territorio più orecchiabile; "Hystory" si
presenta un po' come la maturazione di una band che segue abbastanza
linearmente le direzioni musicali del panorama musicale periodico: se
per esempio il primo "Dark War" era caratterizzato da un sound
più grezzo e da partiture più strumentali e virtuose, il disco che
andiamo a sentire, oltre ad essere più curato nei suoni presenta
costruzioni dei pezzi più semplici e dirette.
La opener Standing è un classico hard rock da partenza,
uno di quei pezzi che stanno bene lì ad aprire ma che allo stesso tempo
ti fanno sperare in qualcosa di più dai successivi, ed è così che
infatti si passa a soluzioni di ben altro calibro come in Heart of
stone, introdotta da una sezione ritmica trainante; l'axe-man
James Herdman è molto ispirato in questo disco, e riesce soprattutto a
tirare fuori suoni eccellenti, in particolare sugli assoli. La sua
impeccabile prestazione trova conflitto però in quello che a mio avviso
tende ad essere un po' il tallone d'Achille del disco: Scott Doerfler
non è molto convinto, il suo singing a volte è poco marcato, e se sui
lenti quali Unconditional love si trova a suo agio, non
trova la giusta espressività in pezzi come Babel again,
Heart of stone e Walk away, dove magari un po'
più di carica canora avrebbe valorizzato quelli che sono brani dal
buonissimo livello di composizione; e ciò che dispiace di più è che
sentendo la heavy titletrack Hystory notiamo che le
capacità per farlo ci sarebbero state: qui il cantato è più rabbioso e
deciso e si sposa meglio con il groove musicale. Peccato non si abbia lo
stesso risultato nei pezzi sopracitati dove invece manca un capellino di
grinta; non si tratta di una cattiva esecuzione sia chiaro,
l'intonazione e la voce non mancano, ma sta di fatto che Scott per le
capacità che mostra avrebbe potuto...e forse dovuto fare di meglio. Per
quanto riguarda la qualità dei pezzi siamo a un buon livello anche in
episodi come The tree e Build my world, dove
la chitarra di Herdman sprizza fantasia e professionalità in ogni nota
dimostrando completezza melodica e compattezza nei suoni; buon lavoro
anche quello di Randy Carlson al basso, sempre presente seppur con
timidezza.
A chiudere i nove brani suonati appare una
registrazione di un pezzo worship, Lord Lord, cantato in
cerchio (come si usa fare la sera davanti a un falò) con una chitarra
acustica, il pezzo recita una specie di preghiera in stile country
americano e termina il disco in maniera molto carina e apprezzabile. Le
buone soluzioni melodiche e moderniste caratterizzano il disco dandogli
sicuramente valore, i pezzi non suonano ripetitivi e non stancano,
possiamo dire quindi che sia pure non scioccando più di tanto
l'ascoltatore gli Xalt hanno prodotto un lavoro che fa il suo con
più che sufficienza, anche a discapito delle carenze che sicuramente un
po' penalizzano il risultato finale. Special guests nel disco troviamo
Steve Luongo alla batteria e Tony Miceli alle tastiere, infine nel pezzo
Unconditional love hanno suonato basso e tastiera
rispettivamente Pierre LeHenuf e Dave Kneupper.
Francesco Romeggini
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