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Siamo di fronte al
secondo full-length dell’ormai sciolto quintetto di Erie (Pennsylvania),
fautore di un moshcore di stampo straight-edge, come le x nel monicker
denotano abbastanza chiaramente, aggiunte al nome insieme alla coda A.D.
per evitare problemi legali con la famosa white band groove metal quasi
omonima. Il mix sonoro dei nostri è caratterizzato da una netta evidenza
della matrice hxc, le canzoni sono tutte abbastanza omogenee, anche se
in quasi ciascuna traccia è inserita qualche particolarità che la
differenzi dalle altre, i riff non particolarmente complessi, ma
abbastanza incisivi, con chitarre stoppate e breakdown che faranno
gridare vendetta alla vostra cervicale, il tutto condito da aspri
vocalizzi in scream quasi sempre alternati con gang vocals nei
ritornelli. La durata dell’intero disco è quasi di mezz’ora precisa per
undici tracce, tutte misuranti all’incirca tre minuti esclusi un paio di
episodi più brevi che si fermano a due.
Stilisticamente la
prima parte del disco è quella più classicamente core-oriented, l’opener
Revival esordisce con un intro parlato finché il tutto
esplode in un andamento cadenzato sottolineato dall’aggressività delle
vocals, la successiva Told you so si mantiene sugli stessi
canoni, con l’aggiunta di un incipit con solo basso e batteria. Un buon
episodio è Venomous col suo caratteristico riff iniziale
con effetto whammy e breakdown particolarmente brutali, una canzone
decisamente ben riuscita. All or nothing ha un’apertura un
po’ più lenta rispetto a quanto sentito, ma presto si ritorna sulle
coordinate battute finora, da segnalare il cantato che rispetto alle
altre tracce diventa più pulito, anche se non clean, a parte il breve
inciso parlato nel mezzo della traccia. La mia canzone preferita del
disco è sicuramente Christ shaped vacuum, così come questa
seconda parte del disco dove sono maggiormente presenti elementi metal
sebbene mai come componente primaria; i nostri dopo un’altra
introduzione lenta sparano un riff in puro stile thrash del tutto
inaspettato mescolato alla loro solita attitudine groove, per poi
aprirsi in ritornelli vagamente melodici dove la moda odierna
inserirebbe dei coretti emo mentre l’act della Pennsylvania si mantiene
nel loro gioco di scream/gang vocals. Fight to the death è
l’unico episodio che segna un parziale ritorno allo stile della prima
parte del disco prima di passare all’ottima Little big man,
traccia più breve del platter con un riffing dissonante che si distende
bene nei chorus. Altra highlight è Open heart surgery, col
suo esordio singultante, un basso ben evidenza ed una ritmica che vi
farà venir voglia di andare in cucina a pogare con vostra nonna,
interessante anche lo stacco con ampie pause di chitarre prima e riff
con armoniche poi. Altrettanto violento è il ritmo di Age of
reason, così come quello delle finali My own way e
Trial by fire, tutte ben confezionate.
Il disco è
sicuramente ben fatto, ha un suono fresco anche se non particolarmente
originale, fatto che ne costituisce sicuramente il più grave limite,
rendendolo meglio adatto ad un pubblico di amanti del genere.
Daniel Djouder |