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xDISCIPLEx A.D.
Heaven And Hell
moshcore
2000 - Triple Crown Records
(USA)
www.myspace.com/xdisciplexad

 

Siamo di fronte al secondo full-length dell’ormai sciolto quintetto di Erie (Pennsylvania), fautore di un moshcore di stampo straight-edge, come le x nel monicker denotano abbastanza chiaramente, aggiunte al nome insieme alla coda A.D. per evitare problemi legali con la famosa white band groove metal quasi omonima. Il mix sonoro dei nostri è caratterizzato da una netta evidenza della matrice hxc, le canzoni sono tutte abbastanza omogenee, anche se in quasi ciascuna traccia è inserita qualche particolarità che la differenzi dalle altre, i riff non particolarmente complessi, ma abbastanza incisivi, con chitarre stoppate e breakdown che faranno gridare vendetta alla vostra cervicale, il tutto condito da aspri vocalizzi in scream quasi sempre alternati con gang vocals nei ritornelli. La durata dell’intero disco è quasi di mezz’ora precisa per undici tracce, tutte misuranti all’incirca tre minuti esclusi un paio di episodi più brevi che si fermano a due.

Stilisticamente la prima parte del disco è quella più classicamente core-oriented, l’opener Revival esordisce con un intro parlato finché il tutto esplode in un andamento cadenzato sottolineato dall’aggressività delle vocals, la successiva Told you so si mantiene sugli stessi canoni, con l’aggiunta di un incipit con solo basso e batteria. Un buon episodio è Venomous col suo caratteristico riff iniziale con effetto whammy e breakdown particolarmente brutali, una canzone decisamente ben riuscita. All or nothing ha un’apertura un po’ più lenta rispetto a quanto sentito, ma presto si ritorna sulle coordinate battute finora, da segnalare il cantato che rispetto alle altre tracce diventa più pulito, anche se non clean, a parte il breve inciso parlato nel mezzo della traccia. La mia canzone preferita del disco è sicuramente Christ shaped vacuum, così come questa seconda parte del disco dove sono maggiormente presenti elementi metal sebbene mai come componente primaria; i nostri dopo un’altra introduzione lenta sparano un riff in puro stile thrash del tutto inaspettato mescolato alla loro solita attitudine groove, per poi aprirsi in ritornelli vagamente melodici dove la moda odierna inserirebbe dei coretti emo mentre l’act della Pennsylvania si mantiene nel loro gioco di scream/gang vocals. Fight to the death è l’unico episodio che segna un parziale ritorno allo stile della prima parte del disco prima di passare all’ottima Little big man, traccia più breve del platter con un riffing dissonante che si distende bene nei chorus. Altra highlight è Open heart surgery, col suo esordio singultante, un basso ben evidenza ed una ritmica che vi farà venir voglia di andare in cucina a pogare con vostra nonna, interessante anche lo stacco con ampie pause di chitarre prima e riff con armoniche poi. Altrettanto violento è il ritmo di Age of reason, così come quello delle finali My own way e Trial by fire, tutte ben confezionate.

Il disco è sicuramente ben fatto, ha un suono fresco anche se non particolarmente originale, fatto che ne costituisce sicuramente il più grave limite, rendendolo meglio adatto ad un pubblico di amanti del genere.

Daniel Djouder

VOTO

65

 

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